Il sapore delle lacrime di gioia.
Vivo intensamente. In modo così continuato, da farmi percepire lo spazio di 48 ore come un tempo lontano, remoto.
Ho spinto a distanza l’eterna indecisione, e ho compiuto passi in avanti. Non mi faccio più rincorrere, se chi lo dovrebbe fare non può o non sa inseguire.
Tocca a me. Non posso essere migliore di quanto lo sono. Posso volerlo, ma i miglioramenti, Pros, devono essere bilanciati da qualcosa.
E troppi miglioramenti, incrementano le false sicurezze.
E così, inseguo, sto addosso a chi, mi ha regalato un sogno, a chi ha chiesto un ore-chan, un fratello.
Ascolto "che bello!", incasso "non disturbi". Un capitale enorme. Sconfinato.
Non conosco mezze misure, o mi faccio odiare profondamente dai pregiudizi, poichè sono cupo, pessimista, gelido.
Oppure mi faccio ritenere speciale, dolce, sensibile, bravo, poetico, comprensivo.
C’è una terza via. Io sono entrambe le cose.
Celiando, nè mezzo uomo, nè mezzo inumano. Sono entrambe le cose.
Accettane una. Devi prendere l’altra.
Regola ferrea.
E sorrido, nonostante Devorzhum sia tristissima, e rappresenti l’ultimo accordo d’un decennio.
E sorrido, poichè ad una rinucia, poi sia nata un’affermazione, solo con un semplice anelito dal cuore.
E sorrido, poichè, ho ritrovato parte di me, parte del male, e lo sfrutto a mio tornaconto.
Sorrido, anche se brusche interruzioni della momentanea quiete, che avrebbero potuto prostrarmi, quasi nulla possono, adesso.
Sorrido. Per i pochi attimi di felicità, che un’anima notturna dannata riceve prima del dolore d’un giorno.
Sorrido: certo che, il silenzio generato dal tentativo di non ferire, in fin dei conti infligge sofferenza, anzichè evitarla.
Mancano quattro sorrisi, quattro gradini. Avverranno. Inaspettati.
L’inquetitudine aveva incorniciato la nottata. E’ svanita. Rinascerà, ma svanirà, in una nuova nottata.
Nella splendida, buia, scintillante, notte della mia reale casa.
