Un Cielo Provvisorio

Si voi la pace, preparate a menà (Caio Giulio Cesare)

sabato 4.05.2013

Scatoloni.

E nulla. A volte, mettere vecchie cose nelle scatole, e poi richiuderle, è catartico.

giovedì 18.08.2011

Addio, PalmOS.

Filed under: Like the Humans do,Non catalogato — Artois @ 23:47

ERA ORA.

lunedì 11.07.2011

Show Me

Filed under: The Host of Seraphim — Artois @ 22:24



Show Me

Originally uploaded by ArthurXellos.


Soundtrack – Harlem Nocturne, Earle Hagen

Come ho già avuto modo di dire ad una cara amica, è meglio non lasciarmi da solo nel box :) (beh, non ero proprio da solo…)

Vediamo chi indovina la citazione ;)

venerdì 27.05.2011

Giusto per capire…

Filed under: La nona Arte,Like the Humans do,Visioni e Percezioni — Artois @ 23:34

…ma la rosicata tremenda (prontamente ritirata) è perchè non avete nessun “amico” pronto a regalarvi un TV, perchè io posso permettermi di farlo, o che altro?

Nel caso, si raccoglie quello che si semina. E dalla nostra parte, abbiamo seminato bene.

Se non è così dalla vostra, iniziate a guardare il vostro, di giardino, e non solo il mio. Vedrete che la vita vi sorriderà.

Forse.

lunedì 16.05.2011

Some Will Seek Forgiveness, Others Escape

Filed under: Chi Sei?,Riflessioni,The Host of Seraphim — Artois @ 0:25

Proverò ad esser chiaro, ed dirlo nel modo più semplice possibile, tanto lo so che oltre a te, lo leggeranno anche i miei diretti interessati ;]

It’s over. E’ finita.

Seriamente, la gente sbaglia, commette errori, tradisce anche. Succede, stop. C’è chi lo fa intenzionalmente, c’è chi lo fa su suggerimento di terzi, e c’è addirittura chi non se ne rende conto.

Succede anche questo.

E quando capita, beh…tu non giochi in coppia con uno che non sa le regole del gioco o non sa giocare bene no? Nella tua gilda non ci infili uno che s’è appena installato Warcraft o Assassin’s Creed oppure usa codici e trucchi per ottenere illecitamente questo o quell’artefatto armamento no? Tu non dai le chiavi della macchina a chi ha appena preso la patente oppure è solitamente spericolato.

E lo stesso è con tutti. Succede di fare cavolate, succede di incontrare gente che può farti dei torti o danneggiarti. Può anche succedere che ne abusino della tua fiducia e pazienza, o che sia gente particolarmente cattiva o subdola. Può anche succedere il contrario, non lo nego: ambo siamo nel nostro piccolo dei campioni nell’overeacting, come si suol dire qui, ad uno starnuto tu rispondi con una cannonata ed io sigillando il palazzo. Ci siamo intesi, ok?

Beh, c’è chi chiede perdono, e c’è chi fugge. In entrambi i casi, il mio consiglio, il consiglio di chi ci è passato, è di dargli esattamente ciò che vogliono, poichè li condurrà dove non potranno farti del male.

Se ti chiedono il perdono, concedilo e lasciali allontanarsi. Se li vedi fuggire lontano,  fai la voce grossa ma non li inseguire. In entrambi i casi, ci avrai guadagnato. E non mi rispondere con quell’espressione, le sigarette si, ma oggettivamente non sei nella posizione di potermi mandare a quel paese. Lo so che non lo vuoi, ma per difendere le apparenze…ah già.

Pensa, c’è chi t’attacca anche solo per conservare le apparenze. O per mostrare a qualcuno d’essere figo quanto lui. Salvo poi chiederti scusa quando l’altro non guarda, o farlo appena sa che l’altro ha stima di te e lo considera meno che niente. Sai a chi mi riferisco no? Il giovane & dinamico.

Comunque, cara stella, c’è solo un caso in cui non vale quanto t’ho detto, ma questa, stella, è un’altra storia. E te la racconterò un’altra volta: riguarda una persona che t’assomiglia molto, ma non è chi pensi, anche se lei la conosce. Per quanto mi riguarda, siediti pure li, accanto alla valigia e non mi perdere i biglietti, altrimenti domani non ho idea di come fare e riportati a casa.

Piuttosto, dove eri rimasta? Non ho ben capito se hai cercato di farti perdonare, oppure sei fuggita.

Aiutami a capire.

venerdì 13.05.2011

Cominciò per un errore

Filed under: Like the Humans do,Riflessioni — Artois @ 11:45

Una piccola leggerezza da parte di una collega, l’uso non ragionato di Facebook, il diritto alla privacy e riservatezza e il diffondersi incontrollato delle notizie, hanno creato una situazione potenzialmente pericolosa della quale nessuno ha più il controllo.

Tutto è iniziato per una innocente foto scattata con un iPhone 3GS, e caricata direttamente dal telefonino sul profilo personale. Suvvia, uno che scarica due o tre buste della spesa da una macchina, che male volete che sia, è un momento bello da condividere nella “scatola dei biscotti” della nonna di Zuckenberg.

Questo succedeva 19 giorni fa.

Ad oggi, mi sto ritrovando nella fastidiosa situazione, e sicuramente ci saranno conseguenze in futuro, di dover prendere una decisione anche tendendo conto che, suo malgrado, una collega può diventare inaffidabile poichè parla troppo su Facebook e non solo: espone pericolosamente i suoi amici e colleghi ad una pletora di rischi che vanno dal più semplice tracciamento commerciale fino alla raccolta di informazioni atte per creare veri  propri dossier o scoprire punti di leva da dove agire.

Mi è stato richiesto, pochi minuti fa, di diramare una comunicazione interna, relativa ad un uso responsabile del computer e del divieto assoluto di utilizzare fotocamere e cellulari per ritrarre beni aziendali salvo consenso. Proprio, per colpa di quella foto, che ha generato una catena di eventi incontrollabile. Per primo, il collega ritratto nella foto, si è visto “riconoscere” a causa del geotag (iPhone ha la possibilità di aggiungere le coordinate e l’ora nei dati exif) proprio dinanzi al portone di casa sua, in un orario non proprio compatibile con un pronto rientro in ufficio, cosa che stranamente risultava dall’orario. Se state pensando al controllo dei mezzi causa quella foto, beh, vi sbagliate, e di molto. Sappiate che il collega era autorizzato ad esser fuori quel giorno, anche se gli altri non lo sapevano, a cominciar da me.

Il riconoscimento, ha portato nei giorni seguenti ad un vero e proprio malessere strisciante, culminato con una vera e propria faida combattuta a suon di retag di foto, commentini, amicizie escluse e tutti i mezzi possibili dalla piattaforma dei quali io, snobbisticamente ne ignoro sia la forma, che il modo. Finchè, una settimana fa, scoppia il bubbone, duramente covato. Nell’album privato, solo per gli “amici fidati”, c’era praticamente registrata fotograficamente TUTTA la vita aziendale da marzo 2009 ad oggi. E’ successo quello che non doveva accadere, qualcuno, nel tentativo di ripulirsi la coscienza, o smuovere le acque per alzare il torbido, o forse per “vendicarsi” di qualche foto, tagga e rovescia tutto il marasma, ribattendolo sul suo profilo e vomitando sulle bacheche personali foto, eventi, persino frasi e commentini che si presupponevano rimanere privati e che sono stati rivelati non solo alla rete professionale, ma anche ad amici, parenti, ex colleghi ed ex fidanzati.

Ad oggi, l’epilogo di questa “Facebook’s Time War” è ben lungi dall’essere prossima alla conclusione. Molti equilibri sono rotti, si sono formate strane alleanze, l’improvvisatosi Assange è in malattia da lunedì ed inizio a nutrire dubbi sul rivederlo.

Ma il rischio più grande è questo: la foto che ha dato origine a tutto, era perfettamente legittima. Il mio collega aveva chiesto mezza giornata di permesso per motivi familiari che non avrebbe voluto divulgare, e s’è visto costretto poichè è stato messo nella fastidiosa posizione di doversi giustificare.

Ecco cosa si rischia. Di far emergere il peggio da ciascuno di noi. Questa storia ha definitivamente abbassato i livelli di stima e rispetto reciproco di tutti, e ci vorrà tempo, molto tempo, prima che la situazione torni come prima.

E, paradossalmente, dei tre (tra cui me) che non si sono mai espressi, gli altri temono ancor di più il giudizio, dato che…non lo conoscono. Ed in questo, siamo in vantaggio.


giovedì 12.05.2011

Intermezzo tra la prima ed ultima parte delle cronache di viaggio

Riprendere a scrivere, o meglio trascrivere una storia che riguarda una nostra vecchia conoscenza, molto vecchia, dopo quasi 7  anni di inattività s’è rivelata una durissima prova per i miei nervi.

Ho riscoperto, mio malgrado, nei passi di una vecchia amica, che da certe dipendenze non ne vieni mai fuori. Puoi tenerle sotto controllo in diversi modi, soffocarle, ignorarle, sublimarle in altre attività, o rimpiazzarle con altre dipendenze, ma toccando nel profondo, o facendone venir meno per qualche ragione il controllo, ne tirerai fuori sempre la loro vera natura.

Ed è una dipendenza sempre più difficile da scrollarsi, per quanto non lo è fisicamente. Puoi smettere di fumare, puoi diventare di colpo astemio, puoi convivere anche col dolore e mollare gli antidolorifici, puoi accettare l’insonnia, ma non riuscirai mai, e poi mai a staccarti dall’amore, dal rimpianto per qualcosa che non è andata esattamente come avresti voluto,  dalla voglia di non provare angoscia o stanchezza, dalla rabbia e dall’odio.

Puoi anche arrivare ad affermare, senza mezzi termini, di non voler più provare ed esserci anche riuscito, a provare astio o rancore, poichè ti guastano la vita.

E’ vero, puoi benissimo farlo  e riuscirci, puoi gettarti tutto alle spalle e ricominciare in modo differente. Io ci sono riuscito. Però, stare li, seduto, a parlare con una vecchia amica, che anche lei ha risolto il problema, ma invertendo i ruoli, ossia mandando il suo astio e rancore fuori da se e  e rimandandolo al mittente di chi l’ha spinta a quel punto, ti dà un diverso punto di vista, e ti porta davanti ad un dubbio, ossia che ciò che hai sepolto e buttato via, prima o poi potrebbe ripresentarsi davanti a te.

Perchè, in fondo, a fregarci è sempre il lato più umano e sociale, ma a rovinarci è l’istinto di cercare una conclusione rapida e pacifica. Confrontandoci ne è venuto fuori questo, io ho scelto la via della ragione, lei la via dell’istinto. Ed entrambi siamo sopravvissuti proprio per questo. Rabbia, odio, vendetta, delusione, disperazione, attaccamento alla brace di un falò che scaldò giorni passati ed il tentativo continuato e perenne di riaccendere quel fuoco. Ci sono passato, ed alla fine, ho capito e compreso come andare oltre, anche con la certezza che quella brace avrebbe dovuto accendere un nuovo fuoco per non diventare cenere, anche se non lo volevo. Adesso tocca a lei. Posso ascoltarla, guidarla, ma non forzarla od obbligarla. Ed è una grande, grandissima responsabilità, che riesco a maneggiare con non poche difficoltà.

E soprattutto, ben conscio, che se è venuta a confidarsi da me, consigliata da una carissima amica, è forse perchè, noi due, siamo davvero in grado di capirla, giustificarla ed accettarla. Ed anche poichè, nel suo piano, dipende da noi, e noi dipendiamo dal desiderio di raccontare.

- “Piantala con le prediche, tu lo sai,perchè non t’importa più di loro, dopo tutto”.

- “Perchè? Credi di avere una risposta?”

- “‘ ‘Fanculo, non me la dai a bere, l’hai talmente odiati che alla fine ti sono diventati insignificanti, e hai iniziato a fregartene”

- “Potrebbe anche essere, ma ignorare è riconoscere che non potranno mai più danneggiarti:

non scegli mai chi incontrerai per strada, mai,

ma puoi scegliere chi ricordare

mercoledì 30.03.2011

Diario di viaggio #1

Filed under: Chi Sei?,Riflessioni,The Host of Seraphim — Artois @ 22:43

Tel Aviv, 28 marzo:

Una cosa che rende incredibilmente simile la vita ad un viaggio, è che a volte se non puoi sceglierti i compagni di viaggio, puoi farlo con gli amici. Ed è bello raccortarlo, è un modo per viaggiare insieme a loro, pur non essendo nello stesso posto. E, dopotutto, casa è il posto dove si desidera far ritorno. Un aeroporto è molto di più, è l’anticamera delle speranze di chi parte, e dei sogni di chi torna.

Eilat, 28 marzo, sera:

Si può addomesticare la natura? Eilat è dove è Accaduto, se sollevi la testa sei sovrastato dalle montagne, se l’abbassi, calpesti la sabbia, ma ti basta un passo per bagnarti nel mare, o per calcare cemento ed asfalto. Giri la testa, e vorticano intorno a te luci al neon, a led e palazzi incombenti e soffocanti. La gente qui ha lo sguardo trascendente e distaccato del popolo d’Israele negli occhi misteriosi e fieri della gente d’Arabia, ed il portamento e l’abbigliamento e atteggiamento fracassone degli americani. C’è una residuale selvaggia bellezza nel modo in cui, disordinatamente, la modernizzazione tenta di spazzare tutto, ma nel farlo si contamina con gli antichi costumi.

Monte Sinai, 29 marzo:

Non so assolutamente cosa dire. Qui non puoi far altro che perderti nel vento e ritrovarti nella fatica e nel sole che va a morire tingendo di rosa le rocce irte verso il cielo, mentre sotto il monte, vedi accendersi mille fuocherelli dinanzi alle casupole berbere, dove il vento è così forte da movere le pietre. Non faccio assolutamente fatica, che in questo sperduto, aspro, brullo, dove la pastorizia segue rituali arcaici e dove il turismo di massa, quello alla portata di chi cerca facili sensazioni, fracassone e stupido, è visto come un ramoscello spinoso d’acacia o un’erba selvatica, ossia, un piatto caldo per la propria famiglia sotto le stelle dinanzi ad una casupola beduina, o un piccolo voto di sopportazione e speranza per una futura redenzione da parte dei consacrati cristiani, custodi di verità rivelate a tutti, ma vissute da loro.

Tutti e due uniti sotto il medesimo cielo, sotto un manto enorme di stelle, così fitte e luminose, da far male agli occhi nel fissarle, e da riempire il cuore.

Monte Sinai, 30 Marzo, Monastero di Santa Caterina D’Alessandria:

Cos’è che può spingere un uomo a varcare la soglia di quello che assomiglia davvero al cancello del Paradiso? La speranza in un regno futuro perfetto? La voglia di trascendere la propria umanità per l’umanità? Il desiderio di accrescere il proprio sapere senza accrescere il suo dolore? La vocazione di cercare Dio nel modo che egli ritiene più giusto? La paura folle ed il timore di non poter vivere nel Mondo?
Forse. La verità non l’afferrerò mai, poichè, in quel luogo che racchiude in un giardino 3000 anni di storia, la più grande biblioteca del mondo dopo quella Vaticana ed i simboli sacri di tre religioni, ho avuto la netta sensazione d’essere quasi un passeggero, destinato a transitare e non a fermarmi. Finchè, nello sguardo di un monaco ortodosso, così simile a quello del padre di una mia amica, ho letto che anche il mio è un ruolo, e che capirò. E m’è tornata una bellissima immagine, che vidi salendo al Sinai. Un Francescano che pregava su uno spiazzo sopra ad una roccia, e quasi accanto a lui, su un altro costone, padre e figlio beduini che pregavano in direzione della Mecca. Ho sorriso, non so perché, ma ho provato gioia. Dopotutto, io mi fermei pure alle porte del Paradiso, purché questo voglia dire viaggire ancora, o attendere qualcuno.

lunedì 28.03.2011

Mi sono impariolito.

Filed under: Like the Humans do — Artois @ 21:45

Ma vistosamente, eh…

These are the voyages.

Ogni viaggio comporta delle sorprese: una sfida, una deviazione improvvisa, un nuovo gruppo di amici lungo la via, forse anche una destinazione diversa da quella prefissata…

(Loreena McKennitt)

A volte, mi piace immaginare che, in fondo, tutto questo continuo pererignare da una città all’altra, da un posto all’altro, da una pagina di una nota stampa ad una pergamena del XI secolo, ha a suo modo un senso.

Dopo aver letto, vissuto attraverso altre penne, altri libri, altri racconti, dopo aver viaggiato di mappa in descrizione, dopo aver incontrato popoli esotici e personaggi storici senza mai muovermi dalla mia scrivania, sia giunto il tempo di descrivere il mio viaggio, di incontrare nuovi volti, di spaventarmi per una novità e ridare fiducia a qualcuno appena conosciuto, e mettere alla prova rapporti più o meno saldi, e poi…scrivere di questo, ricambiare il favore narrando quello che ho veduto, e quello che mi è stato raccontato.

Soprattutto, è tempo di sospendere temporaneamente la mia vita attuale, e  rientrare nell’altrove che ho sempre avuto con me, e che non ho più varcato da troppo tempo, è anche il momento di viaggiare su due piani differenti: non solo fisicamente, non solo spostandomi da un punto A ad un punto B, ma ritornare a visitare tracce che ho lasciato in altri tempi, od attraverso altre persone, ed andare oltre: vedere cosa c’è al di là del panorama, cosa è stato, cosa sarà, e cosa rapprensenta per me e per il mondo adesso. Se riuscirò a far questo, forse vorrà dire che ho afferrato il filo d’arianna che mi ricondurrà a casa. E non importa quanto tempo ci vorrà o che percorso bisognerà seguire.

La Storia? E’ un incubo dal quale tento di destarmi.

(James Joyce)

Nei viaggi capita anche spesso di smarrirsi, o di prendere direzioni che mai avresti volto percorrere. Capita anche di scoprire che quella mappa sulla quale contavi così tanto è tignata, o d’aver smarrito un abito al quale tenevi particolarmente. Non è mai nulla di preoccupante, in fondo, purchè l’abito non sia la fiducia che una persona aveva in te, e la mappa la fiducia che tu avevi su una data persona. Succede anche questo, e quando ciò accade, puoi ritrovarti in quei posti, si proprio quelli, che non avresti mai voluto vedere. E forse, in quei prati, in quelle stanze, in quelle finestre, scopri che non ci stai così male come prima avevi creduto inutilmente. E smetti di viaggiare, se non nelle corte distanze che puoi fare da una stanza all’altra, da una finestra ad un giardino. Smetti di viaggiare, e lasci che qualcuno lo faccia al tuo posto, in modo più sicuro, raggiungendo la destinazione con la minor distanza possibile e nel minor tempo possibile, ma nel peggior modo possibile. Ma tu, o meglio la tua anima…non lo puoi sapere, dietro quella finestra, lucida dormiente, o cosciente addormentata. E lasci che a parlare e muoverti nel mondo è tutto quello che il mondo ti ha rovesciato addosso, e non tu. E’ quello che ti succede quando t’assale la paura di perdersi. E’ forse in quel momento che puoi perderti davvero.

Adesso devo andare, c’è il mondo ad aspettarmi li fuori. E non preoccuparti dei tuoi amici, nessuno sentirà la tua mancanza

(Forse una vecchia amica, molto vecchia. O meglio, una sua parte: la più efficente, ma non la migliore)

I cosidetti viaggi “alla ricerca di se stessi”, o del trascendente, non esistono. Sono solo un pretesto per nascondersi dietro ad un alibi fragile come un biglietto di un operatore turistico. Nessuno può prendere una decisione  importante sulla propria vita solo per essersi allontanato od aver consegnato ad un mazzetto di fotografie, o peggio, in una generale convenzione, senza aver capito qual’è la vera molla che ti ha fatto decidere di partire. Può anche essere un motivo irrisorio, la semplice volontà di vedere un posto diverso, o di confrontarsi con un retaggio appartente alla propria cultura o d’altri popoli. Puoi ritrovare altrove te stesso solo ad una condizione: che tu li ci sia stato, non puoi cercare qualcosa del quale ignori l’aspetto, la forma ed il posto dove potrebbe nascondersi. E stai anche molto attento a quello che non vorrai affrontare, ed alle facili risposte che potresti darti da solo, solamente per l’essere in viaggio, senza aver giocato sul piatto del destino. Perchè più credi d’aver compiuto una grande impresa, e più perdi il contatto con le piccole cose che, sulla distanza creano la vera impresa. Domande, nuove identità, la voglia di svoltare, la bacchetta magica che tutto cambia…niente di questo è reale, ricorda, stai solo restituendo passivamente al mondo quello che t’ha versato addosso, fino al punto di perdere qualsiasi ricordo di te, di ciò che eri e di quello che dovresti essere.

Cast your eyes on the ocean
Cast your soul to the sea
When the dark night seems endless
Please remember me

(Loreena McKennitt)

E’ quello che accade, ciclicamente. La Terra stessa viaggia, nel firmamento, le stelle stesse ruotano lentamente, i soli lontani si spengono e nuove galassie sorgono, senza che i nostri occhi lo sappiano. Anche loro sono dei mondi in viaggio, dei passeggeri, dei viaggiatori su una strada inconcepibile. Ma così come non possiamo realizzare la natura di una strada finchè non la percorriamo, così è anche per loro. I giorni ed i mesi sono i viaggiatori dell’eternità, e l’eternità è solo…la somma di tantissimi viaggi di chi si è incontrato, perso, ritrovato, perso per sempre, smarrito, perduto, ha abbandonato il percorso, l’ha ritrovato e l’ha completato, l’ha terminato e ne ha intrapreso uno nuovo, e chi invece s’è fermato per aspettare i suoi compagni di viaggio, e non sa, che anche loro sono fermi ad attenderlo. C’è anche chi non vuole mai tornare indietro, e chi invece vorrebbe farlo e non può. Questo vuol dire viaggiare, procedere passo dopo passo, e se tutto sembra uguale e ripetersi, è una spirale, in realtà, ad ogni rivoluzione, ad ogni passo si avanza, ad ogni avanzamento si va avanti. E così all’infinito.

Perchè la curiosità, la voglia di sapere, la voglia di scrivere la propria vita e raccontare le storie di chi ci si sente vicini a se, fa parte della natura umana. E la natura umana fa parte del mondo. Ed il mondo, in fondo, è un viaggio.

Then fill to me the parting glass,
Good night and joy be with you all

(Canzone tradizionale Irlandese)

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